IL CASTELLO DI MELFI

L’antica città di Melfi conserva molte vestigia dell'antichità, riferibili sia al periodo classico che medievale. In particolare, a quest’ultimo periodo si riferisce la grande costruzione del castello, il cui sistema difensivo è costituito da un fossato, uno spalto e dieci torri, tre a pianta pentagonale e sette a pianta quadrata, unite da una cortina che si salda alle fortificazioni dell'abitato.

Melfi

Queste ultime, datate alla metà del XV secolo, furono costruite da Giovanni II Caracciolo, e si estendono per una lunghezza di quasi tre chilometri seguendo la morfologia del terreno con una serie di bastioni, torri e feritoie. Attualmente il castello conserva un nucleo più antico, verosimilmente normanno, costituito da torri quadrate poste alle estremità dell’ingresso al Museo Archeologico Nazionale, i cui cantonali si raccordano con aggiunte posteriori, e da un'altra torre posta nell'angolo ovest –l'ultima scomparve o non fu mai realizzata– circondando infine due enormi locali voltati a pieno centro. Nel 1269 la fortezza fu dapprima restaurata in parte ad opera del carpentiere Jean de Toul. I1 4 agosto 1277 la curia, ritenendo che dovessero essere completate la stalla, la torre e i muri, nomina Riccardo da Foggia con l'incarico di magister affinché provveda di procurare dei manovali e degli asini per il trasporto del materiale necessario alla sua ricostruzione.

Dopo gli Angiò il castello passò agli Acciaioli (1346-1392), ai Marzano (fino al 1416), ai Caracciolo che realizzarono la cinta della città e, infine, ai Doria che presero in consegna anche il castello di Lagopesole.

Si racconta che in questo castello Pierre de Angicourt, al quale erano stati affidati i lavori di restauro e ricostruzione, era violento e autoritario. Un giorno, poiché un operaio proveniente da Auricarro presso Bari, aveva fatto cadere un secchio di malta cementizia, il grande architetto francese volle punirlo mettendolo in catene sotto il sole cocente dell’estate, ma comunque permettendogli di lavorare e trasportare pesi enormi. Poiché di notte gli operai dormivano tutti insieme nelle logge circostanti, il povero manovale di Auricarro restò per un giorno fuori delle logge buscandosi un bel raffreddore: ma nella notte egli meditò una vendetta sottile.

Il giorno successivo il manovale venne a sapere che l’Angicourt era pronto a mandare un lettera all’Imperatore. Si offrì egli stesso di consegnare la lettera al messo, ma riuscì a sostituire la pergamena con una lettera dal tono più o meno preoccupante: “Signore, il grande architetto del cantiere del castello di Melfi tratta gli operai come degli schiavi, ed alcuni di essi, seppur pagati, cercano di fuggire; ecco perché Sua Maestà ha bisogno di trovare altri manovali”.

L’imperatore fu sconcertato nell’ascoltare, in auditorio, quella lettera, e si racconta che Carlo I chiese a Pierre d’Angicourt di non molestare più gli operai e di non aver nulla da ridire sulla loro paga.

Si racconta che quel manovale fu promosso e, per l’indennizzo avuto dall’imperatore, divenne appaltatore dei lavori prendendo il nome di Franciscus de Melfia.

(di P. Rescio)