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Carolina Rispoli:

la valida scrittura di un'autrice dimenticata.

 

Percorso culturale di 

 

Mario Santoro

Ancora oggi la figura di Carolina Rispoli resta in qualche modo stranamente poco conosciuta e come avvolta nel silenzio, quasi che il destino ineluttabile, che torna sovente nei suoi romanzi, sia con lei particolarmente avverso.
Certo è ben strano di questa scrittrice, pure significativa ed importante e certamente impegnata, si parla decisamente poco e non le si riconoscono i giusti meriti ed ha ragione Giovanni Caserta a lamentarsene apertamente.
Il primo romanzo di Carolina Rispoli risale al 1916 ed ha per titolo "Ragazze da marito". Non si avvale dello pseudonimo di Aurora Fiore, come aveva fatto in precedenza per le novelle.
E', per semplificare, la storia, per molti versi comune, di cinque sorelle, figlie dell'avvocato melfitano Forgiuele: Emilia, Elena, Margherita, Elvira e Amalia. Esse sono naturalmente destinate al matrimonio che assume valore solo se può assicurare loro un minimo di benessere: tutto il resto non serve a niente.
I protagonisti sono quindi tutte donne anche se c'è nella famiglia anche un maschio, il fratello Ciccillo, che però non è personaggio importante se non per stabilire la diversità della condizione e del destino tra i due sessi; infatti egli ha la possibilità di frequentare l'università e quindi di allontanarsi dalla cittadina di Melfi, mentre le sorelle devono trascorrere le giornate, terribilmente uguali e ripetitive, impegnate al ricamo e ad altre attività prettamente femminili e a parlare, spettegolando, in attesa del fatidico giorno del matrimonio.
Il romanzo, dunque, può considerarsi, a pieno titolo, un libro sulla condizione femminile del tempo, raccontata con una certa levità e senza punte di polemica o intenti velleitari.
Le ragazze di cui si parla vengono presentate nella loro semplicità e quasi nella spensieratezza dell'età e in ciò la Rispoli mostra validità di linguaggio nella presentazione dei vari tipi e consumata esperienza, sebbene ancora alla prima esperienza di narratrice.
Poi arriva, in qualche modo preannunciato, il momento centrale e cioè la questione del matrimonio al quale direttamente e inevitabilmente le fanciulle sono destinate. E ciò comporta tutta una serie di piccoli, grandi problemi, di noie quotidiane, di abitudini, di ansie, di stereotipie e di conformismi che vengono descritti con puntualità e precisione in un periodare completo e classico.
L'ambiente che l'autrice sceglie, per collocare i suoi personaggi, è quello della piccola borghesia della cittadina di Melfi; ambiente che, per molti versi, non è dissimile da quello di altre città e paesi. Del resto il filo conduttore obbligatorio resta sempre lo stesso ovunque: il matrimonio..
Anche qui esso non è mai scelta consapevole ma sempre direzione obbligata e destinata perché alle spalle degli interessati, più o meno apertamente, c'è un sottile, complicato intreccio di interessi e di affari ed una combinazione necessaria, voluta, concordata e sancita da un patto sicché l'amore, che dovrebbe essere la base di riferimento e l'elemento fondamentale, diventa un aspetto assolutamente secondario col rischio che spesso non compare affatto e la relazione matrimoniale rischia di essere solo una specie di monotona e sopportata convenzione.
Questo tipo di condizionamento sembra dominare i personaggi maschili e femminili al punto che essi stessi non riescono sempre a comprendere i loro sentimenti veri.
Scrive a proposito Maria Teresa Imbriani:

"La Rispoli, attraverso una trama quasi scarna, è capace di cogliere i particolari del rapporto uomo-donna, di costruire un intreccio abbastanza interessante soprattutto nell'episodio dell'innamoramento di una delle sorelle per un giovane professionista. La fanciulla mostra i suoi sentimenti con ingenuità e il giovane, incapace di distinguere tra amore e interesse, non riesce a cogliere la sincerità:

"…quella famiglia e quella fanciulla avevano già tentato di circuirla, certo intravedendo in lui il merlotto compiacente, da cui agevolmente si poteva cavare un marito. E, nell'alterezza particolare del suo carattere riservato, nel suo senso di repulsione per l'intrigo, di cui si sentiva vittima, nel disdegno basso, con cui ogni uomo considera qualsiasi donna, che s'umili davanti a lui, disdegno che travisa e contamina anche le dedizioni più spontanee del cuore femminile […] egli s'era disgustato e irritato ed aveva cercato di troncare il tenue filo"

Domina l'incomprensione e risulta determinante la quasi impossibilità di cogliere il dato della realtà anche quando essa è presentata nella maniera più semplice e chiara, anzi, paradossalmente forse proprio per questo, e tutto sembra prestabilito e predeterminato.

Il secondo libro della Rispoli risale al 1923 ed ha per titolo "Il nostro destino".
E' ancora nel solco della condizione femminile con una sorta di sotteso augurio che essa possa cambiare nell'atmosfera di innovazione e di cambiamento che il Novecento, nei cui primi anni è ambientato il romanzo, porta con sé e che sembra annunciarsi come fortemente rorido di promesse per la donna.
Personaggi principali sono, quindi, due fanciulle, Bice e Lucietta, che vivono un rapporto difficile e complicato e che sono vittime della gelosia che, attraverso traversie diverse, riesce a separarle definitivamente.
Protagonista di tutta la vicenda è, però, il destino che, in un modo o nell'altro, impedisce loro di operare scelte autonome e personali. Il destino si impone in tutte le situazioni ed appare forza enorme e silenziosa contro la quale è impossibile non solo ogni forma di ribellione ma anche semplicemente l'idea di poter pensare di opporsi: destino come ineluttabilità, dunque, da accettare senza nemmeno assumere atteggiamenti di rifiuto.
E non è un caso che l'autrice metta in bocca ai suoi personaggi parole decisive e inequivocabili sulla imponderabilità dello stesso:

"E' il nostro destino, ella soggiunse. Noi non bastiamo alla nostra vita. Da Eva, nostra prima madre, noi siamo state tratte dall'uomo per vivere di lui e per lui. Abbiamo nel cuore qualcosa di grande, ma di incompleto. E' questa l'ultima tragedia nostra. Noi due siamo vissute vicino e ci siamo volute bene. Contammo insieme i battiti dei nostri cuori, trepidi, avidi, in ascolto dell'avvenire. Ma allora non era che l'attesa della vita. ..E lascia, ti prego, in quest'inizio per me di vita, mentre vedo che il passato mi sfugge che non è più mio, e prima che l'avvenire mi trascini per sempre, lascia che io mi inserri nel cuore, per l'ultima volta, tutto quello che è stato mio, tutto quello che ho vissuto, i miei giorni di sogni e i miei giorni di innocenza. Lasciati amare ancora, ti prego, un altro momento ancora…"

La rassegnazione è totale ed avviene senza particolari urti o lacerazioni, con una sofferenza evidente ma accettata e quindi compatibile, come è nello stile della Rispoli, che è, mi sembra, degna figlia del suo tempo per il suo atteggiamento distaccato, maturo, pensoso.
Ma il romanzo presenta anche felici spaccati di ambienti di provincia e, in questo, sembra richiamare o preannunciare Elio Vittorini, il primo, quello degli ambienti borghesi e provinciali.
C'è, nella narrazione piana, compassata, ordinata, tutta la monotonia dei gesti e il grigiore di certe situazioni che si ripetono con puntualità sconcertante e che segnano quasi dei tasselli di riferimento, senza scosse e senza movimenti.
Unica variabile per le donne può apparire il pettegolezzo che, ovviamente, non manca e accompagna le giornate proponendosi sempre uguale eppure sempre diverso:

"Il pettegolezzo è la passione, è la vita della provincia, come il giuoco è la passione, è la vita del giuocatore, come la ricerca ansiosa nel bosco della bestia innocente è la passione, è la vita del cacciatore. Voi troverete in provincia una varietà infinita di gente pettegola quante infinite solo le qualità degli umani temperamenti. Il pettegolo silenzioso che ascolta moltissimo e molto pensa, e il pettegolo ciarlone che poco pensa e molto parla. Troverete il pettegolo sciocco che non sa nemmeno riferire quanto ha sentito, e che pure con le sue scempiaggini contribuisce non poco a imbrogliare e ad allargare lo scandalo, ed il pettegolo troppo sagace che indovina quello che non sa, che riempie i vuoti del racconto e ne illumina sapientemente gli angoli oscuri. Troverete il pettegolo poliziotto, che sa scavare la prima traccia e dirigersi, instancabile, tra i più contorti labirinti e non trova pace e non conosce riposo finché l'arruffata matassa non sia tutta dipanata, ed il pettegolo pedante che da tutto saprà trarre un insegnamento e che tutto suggellerà con una smorfia di disgusto per le debolezze umane. Troverete, come in amore, l'appassionato, il timido, l'equilibrato; troverete, come nella vita, il filosofo scontroso, l'artista, il politico, colui che si contenta della critica bonaria e colui che scaglia come le frecce le sue invettive; troverete chi condanna e chi compatisce, chi sorride e chi freme; troverete tutto, infine, salvo questo: un uomo o una donna che non siano pettegoli"

L'analisi del pettegolezzo e dei pettegoli sembra abbastanza completo e potrebbe apparire finanche impietosa nella dichiarazione finale che non salva nessun uomo e nessuna donna; pure, a guardar bene non è propriamente così perché una sorta di linea di indulgenza e di comprensione sembra essere presente e la si coglie non solo nelle parole ma soprattutto nel modo e nel tono che si presentano ammorbiditi e sanno di saggezza di vita.
Certo l'elenco è lungo e testimonia una conoscenza approfondita da parte dell'autrice di quelli che cedono al gusto di parlare non propriamente bene degli altri; lungo e sottile nelle indicazioni che talvolta appaiono anche minime e poggiate su sfumature vaghe e pare quasi che la Rispoli lo faccia con gusto e con una punta di compiacimento come si legge che se appare come una condanna senza appello, proprio perché non salva nessuno, giustifica tutti.
La scelta consapevole di raccontare il mondo femminile, la sua condizione si inferiorità e di subalternità, permette di mettere in evidenza una situazione di carattere globale che testimonia, senza acredine, i limiti, i condizionamenti, la presenza di prepotenze e la necessità della sottomissione.
E' quanto sottolinea Carmela Genovese che precisa:

"E' l'amara consapevolezza della subalternità e dipendenza della condizione femminile: la donna non ha per sé prerogative autonome ma si caratterizza e può finalmente giocare un ruolo importante solo quando diventa moglie e madre, quando cioè riceve dall'uomo uno 'status' che sollevi dalla condizione di semplice e indistinta comparsa, per farla diventare personaggio reale e pur tuttavia mai comprimario sulla scena familiare e sociale.
Per questo donna Chiarina Forgiuele, col suo potere pressoché assoluto nella conduzione familiare, seconda solo al marito, dal quale quel potere proviene, rappresenta prima di tutto per le figlie uno 'status symbol',la condizione di donna ben maritata che può, per questo, esplicare le proprie potenzialità e peculiarità femminili: la conduzione della casa, l'educazione dei figli, il sostegno psicologico più o meno accorto al marito, capo indiscusso, al quale tutti, lei compresa, devono rispetto e ossequio".

La condizione della donna, dunque, resta quella che è, anche perché l'ambiente sociale di riferimento è lontano dai centri di vita attiva ed è piuttosto quello della grigia provincia che richiama certe situazioni tipiche di Vittoriani nelle sue prime opere.
E la scrittrice lo rende assai bene con il suo linguaggio chiaro, scorrevole, preciso e abbondante nelle aggettivazioni e nella ricerca dei particolari che rendono fluente la narrazione e fluida mentre le situazioni dialogate risultano piuttosto felici e gradevoli così come accattivanti appaiono certe atmosfere e determinate situazioni nelle quali l'autrice si trova a suo agio.
Il terzo volume, in ordine di pubblicazione, è "Il tronco e l'edera", tutto incentrato sulla famiglia e sul ritorno alla vita del paese, dopo l'evasione o la fuga o semplicemente dopo l'allontanamento, tema quest'ultimo assai caro a molti poeti e scrittori lucani.
Ritorno alla madre, si potrebbe definire il romanzo.
Proprio per questo una parte della storia, la prima, è ambientata lontana da Melfi, a Firenze, mentre nella seconda c'è il viaggio di ritorno con una serie di analisi introspettive e un continuo monologo interiore misto di rimpianto, pentimento, nostalgia, amarezza, bisogno di appagamento, velo di speranza e qualche, non ben precisata, prospettiva.
Basta leggere qualche rigo della seconda parte del libro per rendersene conto:

"vivere silenziosamente così; nella buona casa antica , onesta degli avi, nel proprio angolo ignorato, scoprire il corso delle stagioni, vedere il grano spuntare e crescere, godere nei giorni sereni e nelle piogge benefiche; temere ed implorare Dio nei turbini degli uragani, nella sete estenuante della siccità; ed avere accanto una donna semplice e buona, ed avere da lei dei figli e vederli crescere; e godere, trepidare e pregare Dio per loro… Egli, è vero aveva vissuto ben diversamente da sua madre e dai suoi avi; aveva peregrinato, goduto, amato e sofferto per le vie lunghe del mondo. Tante cose aveva visto, tanti orizzonti più luminosi e più vasti. Ma tutto quello che vale? Il grano prezioso nasce dovunque e ugualmente e niente è più bello del filo d'erba che sorge dalle valli brune, che cresce che allieta e che cade quando è tutto d'oro, cade per dare con la sua morte la vita agli uomini".

Il tema del ritorno qui è vissuto in maniera accorata, sentimentale, stanca e per certi versi il periodare sembra richiamare Manzoni e più propriamente quello dell'addio di Lucia, con punte di nostalgia e con sempre un velo di malinconia.
Meno importante appare il volume "La terra degli asfodeli", pubblicato nel 1933 e ambientato in Sardegna. Esso sembra tutto teso a magnificare le qualità della provincia e di conseguenza a cantarla negli elementi più comuni, mentre più significativo è il ponderoso libro "La torre che non crolla" nel quale il motivo del ritorno si fa pieno ed assume connotazioni positive e decise che vanno ben al di là del motivo malinconico presente in "Il tronco e l'edera".
Infatti il protagonista è un uomo sicuro di se stesso, baciato dal successo che gli arride, capace di godere dei piaceri della vita di città e , tuttavia, deciso a rinunciare a tutto per amore del suo paese; si tratta di una scelta consapevole e voluta.
Di conseguenza la rinuncia ai vantaggi della vita cittadina è forte ed ha il sapore non di una sconfitta ma di una vittoria, di una supervalutazione delle piccole cose, dei semplici legami che contano, dei contatti genuini e spontanei, delle relazioni autentiche che la vita del paese può offrire.
E sono queste le cose che non crollano, proprio come la torre, di cui al titolo, che per l'autrice è quella di Roberto il Guiscardo, a Melfi, rimasta in piedi, illesa, malgrado il terrificante terremoto del 1930 e quasi a indicare un filo indistruttibile, un legame forte con la tradizione e con la storia..
Il protagonista è il giovane Luca Ravello, che è melfitano ma destinato ad abbandonare presto il suo paese per motivi di studio. Infatti egli si laurea in giurisprudenza, poi vive l'esperienza della prima guerra mondiale, quindi diventa magistrato e conosce varie città d'Italia.
Dopo un lungo peregrinare, ricco di conoscenze e di momenti anche abbastanza felici, egli decide di abbandonare tutto e di recarsi nella sua cittadina natale dove spera di continuare a vivere in tranquillità e serenità.

Buona, ricca e valida è, dunque, la produzione di Carolina Rispoli che, tuttavia, rimane ancora nell'ombra ed è troppo poco conosciuta, inspiegabilmente, e ci sembra abbia ragione Giovanni Caserta quando, nel 1992, ricordando il titolo di una tesi di laurea di una studentessa che gli aveva chiesto aiuto, "Carolina Rispoli, donna oscura del Mezzogiorno", scrive:

"La Rispoli, tuttavia, non è uscita dall'oscurità; anzi, se da viva fu scrittrice oscura nel panorama della letteratura nazionale, dove pure, meriterebbe un posto, almeno come esponente della letteratura femminile del Novecento, oggi sembra oscura anche nel suo paese dove, come si è detto, non una menzione ufficiale, non una manifestazione, non una celebrazione è stata organizzata. Né ne hanno dato notizia gli organi di stampa locali e la RAI regionale, molto più attenti agli arresti, ai drogati e ai delinquenti della stessa area melfitana , che non mancano. E' il segno dei tempi. Certe dimenticanze spiegano certe presenze come certe presenze spiegano certe dimenticanze. E invece anche la poesia è pane, cioè fa parte della nostra esistenza, ed ha la sua utilità. Lo scrisse una volta il piemontese Davide Laiolo, a proposito di cesare Pavese, che pure della vita aveva cantato il fallimento e lo scacco."

Dobbiamo dar ragione al critico e c'è da rimanere sorpresi ove si consideri che la produzione della Rispoli è degna di nota anche per certe pagine descrittive particolarmente felici e per alcune scelte specifiche che non appesantiscono le storie che l'autrice sa tenere in pugno, padrona disinvolta del mezzo espressivo.
Davvero sul piano descrittivo vi sono pagine benne e al lettore non resta che l'imbarazzo della scelta dal momento che si può prendere quasi a caso.
Basta, senza andare troppo lontano leggere la pagina che introduce il volume "La torre che non crolla" per sincerarsene:

"Tenacemente egli rimaneva affacciato al finestrino del vagone, si sporgeva anzi con tutto il busto per guardare, quanto più gli fosse possibile, lontano. Era una giornata di gelo, tagliente, e sotto il cielo tutto era grigio , l'ora meridiana aveva una tristezza di crepuscolo: uno di quei giorni che rassomigliano a certe vite umane che dall'alba al tramonto non conoscono mai sole. Per questo poca gente andava e veniva sulla piattaforma della stazione; qualche impiegato, imbacuccato, nero e irriconoscibile. Ombre umane apparivano dietro i vetri sporchi delle sale d'aspetto,oltre i finestrini dei vagoni, fermi in attesa. Pure, presso le finestre di quel grande casamento che era la stazione, sola e sperduta nel vasto orizzonte di campagna spoglia, percorsa dal fiume malsano, qualche profilo femminile appariva, ma pur esso vagamente incerto, oltre i vetri chiusi,oltre la rete metallica che proteggeva dalla malaria,Solo egli si ostinava a rimanere così affacciato, col busto in fuori. Un impiagato si fermò sotto e stette a guardarlo. Ed egli di sopra per un momento ebbe la tentazione di parlargli, di domandargli se sapesse… Ma l'uomo aveva una faccia chiusa e inebetita, un colore terreo di malarico e si scaldava col fiato le mani che doveva sentirsi irrigidite pur sotto i guanti logorii lana. Finalmente il treno emise il suo fischio acuto e si mosse. Allora egli si gettò a sedere, scorato. Ora che aveva perduta la speranza di poter riconoscere qualcuno a cui poter domandare notizie, non voleva vederlo più quel deserto di campagna desolata, quel fiume in piena, gonfio sul greto di ciottoli,color di fango…"

Ma tutto il libro che è ponderoso, presenta pagine cariche di introspezione, ricche di monologhi interiori condotti in maniera breve ed efficace, quasi continue mini riflessioni che il lettore segue e gradisce perché scorrono lievi, addolcite, senza l'ombra di appesantimenti e sono scritte con convinzione. Soprattutto è presente una continua autocritica nel protagonista, che non appare ingombrante o dominante ma quasi figura umile. Egli ora soffre le limitatezze dell'ambiente, ora non gode per le diversità dei luoghi nei quali si trasferisce e che alla fine gli sembrano tutti uguali per la monotonia che ingenerano in lui e per la mancanza di soddisfazione.
E' una forma di tristezza e di malinconia tutta interiore che,giorno dopo giorno si accentua in maniera quasi inconsapevole.
Anche la sua professione, che pure svolge bene, gli causa tormentose inquietudini, sensazioni strane, momenti di dubbio perché non sempre gli sembra di essere dalla parte giusta, E ciò accade fin dalla sua prima causa quando egli difende un uomo che ha ucciso un antico amante della moglie e riesce addirittura a farlo assolvere ricevendo valanghe di complimenti anche da quelli che in precedenza non lo avevano in simpatia e lo consideravano un rivale.Pure non si sente pienamente appagato, anzi!
Quando è solo ha modo di interrogarsi e di macerarsi nel dubbio.
Allora lo conforta e lo consola l'immagine della moglie dell'uomo che ha vinto la causa, la sua figura esile e indifesa, i suoi occhi enormi, l'aria mite di vittima incapace di ribellione.
Ella, che da ragazzina è stata violentata più volte dall'amante, finendo per accettare la situazione come un ineluttabile destino, ha poi sposato un uomo, senza mai averlo conosciuto o visto prima, imposto dal padre ed ha subito violenze, prepotenze, tradimenti dallo stesso finendo, anche in questo caso, per accettare tutto come una fatalità da compiersi ad ogni costo.
E la figura di questa donna colpisce il protagonista del romanzo già al primo interrogatorio:

" -Come vi chiamate?
Ella mormorò il suo nome così piano che egli non potette afferrarlo.
-Quanti anni avete?
-Trent'anni.
Possibile? Così giovane era? Pure, guardandola meglio, il suo viso già solcato sembrava serbasse nelle linee alcunché d'infantile, qualcosa come di un fiore in boccio avvizzito senza schiudersi.
-Da quanti anni siete maritata?
-Da quindici anni.
-E… quell'altro uomo…, quello che vostro marito ha ucciso…quando è che fu vostro amante?
Egli esitava, impressionato da quegli occhi. Sempre fissi su di lui ora riprendevano l'espressione di prima, traboccavano di sgomento, di smarrimento, di pudor doloroso.
-Molto… molto tempo fa… prima di sposarmi.
-Mi dispiace darvi dispiacere, ma è necessario che io sappia. Volete raccontare della vostra vita passata?
La voce anche più di prima era singolarmente affabile. Non avrebbe mai immaginato la donna che un uomo, che un maschio, avesse potuto piegare la sua voce a tale espressione di bontà compiacente, trattare con simili modi una donna come lei.
-Fu molto tempo fa… Eravamo in campagna, in una masseria grande che mio padre coltivava. Era tempo d'estate, si doveva riporre il grano. Lui… era un fabbro… era stato chiamato per accomodare serrature. Mi chiamò. In casa non c'era nessuno, tutta la gente era fuori. Io mi avvicinai senza sospetto, avevo quattordici anni, signor avvocato. Non mi disse niente, mi prese. Era così grande, così forte…Aveva vent'anni."

E il modo di parlare della donna, semplice, immediato, efficace, senza scendere in particolari e in curiosità e senza essere malevolo nei confronti di chi l'ha violentata, finisce per colpire l'avvocato e per indurlo ad una difesa appassionata e convinta del marito.
Ed è ancora il volto di lei a ritornargli chiaro dopo che la causa è terminata:

"Pure quando fu solo in casa sua, il suo pensiero non riuscì a riposare. E nemmeno, contro se stesso che se ne arrovellava, gli riuscì a fermarsi nell'idea del successo, delle lodi,di quell'impeto di consenso popolare che aveva sentito salire intorno a sé contro ogni ostacolo, come una marea. Ogni faccia si cancellava, scompariva. Quella che sol rimaneva…era lei. Quel suo bel viso senza gioia, limato da vicende amare e turpi, intristito anzi tempo, quegli occhi grandissimi, pieni di rassegnazione e di terrore, tutta quella esile figura cedevole a cui era ignota la ribellione. Egli aveva difeso il vivo contro il morto, un bruto contro un altro bruto, ma ora sentiva falsa la sua difesa trionfatrice, falso tutto il mestiere; e se ne irritava"

Decisamente si tratta di un bel modo di scrivere, ovviamente nel riferimento al suo tempo. La scrittura si connota sempre come piana e riposante e come se la Rispoli non facesse alcuno sforzo nel raccontare e non avesse bisogno di rivedere il suo scritto che appare spontaneo, quasi il parlare saggio e convinto di chi ha estremamente chiara nella mente la storia, fin nei più piccoli particolari.
Per questa ragione i personaggi appaiono ben definiti anche se l'autrice non si attarda in descrizioni minuziose ma celi presenta con pochi tocchi di penna e con elementi che compaiono di volta in volta, con discrezione e delicatezza; eppure il lettore ha subito la sensazione di conoscerli bene e nella mente essi si caratterizzano come ben tipizzati.
Ci sono poi momenti pausativi assai belli ed efficaci e riferimenti naturali ricchi di dettagli e di particolari che non annoiano ma danno l'esattezza dei luoghi e la precisione del tempo. Basta leggere, anche qui quasi a caso, sempre nel romanzo "La torre che non crolla":

"Sfuggente e lontana, sorrideva talvolta la visione luminosa di un colle. Ma ogni porta che si apriva, porta di rustico podere o inferriata rugginosa di vecchia villa, scopriva pel pendio un recesso solare. Sui pergolati era ora tutto un irrompente rigoglio di pampini giovani. Soprastavano ai muri, civettuole, le ciocche rosse delle marasche. Coppie in colloquio di amore erano scaglionate per la stradetta deserta. Luca amava indugiarsi presso un vecchio cancello color di ruggine, sorretto da due pilastri d'intonaco scrostato, un po' isolato e un po' scontroso, ad un gomito rientrante della vecchia strada. Vedeva al di là un viale diritto invaso d'erba, solcato di carraie profonde, e oltre, una macchia rossa di papaveri in fiore, tra l'erba già pallida.Una gran dolcezza gli empiva il cuore, senza per altro che si determinasse in un'armonia di vecchi ricordi"

E subito dopo si può leggere ancora:

"la notte era così quieta, che ogni cosa odorava, né l'alito voluttuoso delle magnolie riusciva a vincere quello, sì lieve, dell'erba. Ma la frescura della terra era il profumo più dolce, la grande generosità benefica che tutto avvinceva.Finché si mescolò ad esso un altro sentore, che non veniva ad ondate come gli effluvi dei fiori, che si espandeva, come quello della terra, era fresco e benefico com'esso, meno intimo e più largo. Con l'aroma ne giunse poi anche la voce, un cantelinar lieve, un blando lambire che faceva sognar di carezze. Alfine il mare fu loro davanti. Avevano lasciato alle lor spalle i chiarori tagliati d'ombra della terra. Lì innanzi la luce bianca aveva sull'immensità senza ostacoli il suo ricetto regale. Lontano il promontorio di Portofino sembrava un monte incorporeo di veli azzurri. Attraversava il mare una lunga cometa d'argento, ma non v'era onda che non ne accogliesse il riflesso, ed era con uno sgranar di perle bianche che il murmure dell'onda si frangeva , sulla riva. Sorgeva dove essi sostavano una scogliera nera. Ma il mar generoso amava il sasso inerte e non lo lasciava deserto. Lo lambiva ai piedi, lo circondava di vita, talvolta in uno slancio lo assaliva e lo investiva, mentre la luna, dall'alto, prestava a tanta fedeltà l'incanto del suo miraggio".

Si tratta di uno scritto di rara bellezza riposante. L'autrice conduce per mano il lettore nei passaggi da una situazione all'altra e nell'atmosfera di magia che sa creare e nella quale i profumi prendono il sopravvento ma sempre con discrezione; ora si sovrappongono, ora si sostituiscono, ora si distendono solleticando appena le narici. Pagine manzoniane, oserei definirle nella conduzione ampia del parlato alto e dei richiami profondi. Pagine che andrebbero lette nelle scuole e che meriterebbero la rivalutazione dell'autrice che merita un posto di rilievo nel panorama della letteratura.

 
 
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